
Roccarainola, un mondo feudale, un mondo dimenticato
I Normanni, aggregato il ducato di Napoli al regno di Sicilia, vi introdussero il feudalesimo. Questo fu più mite che altrove, poiché il feudo fu concepito come bene nazionale, non come proprietà del barone e fu concesso per benefici resi allo stato.
La storia del feudalesimo nel regno di Napoli fu caratterizzata da una secolare lotta fra baronaggio e potere regio. Così, quando la monarchia fu forte, il feudalesimo fu debole e viceversa.
Roccarainola fu sotto varie dominazioni: normanna (1130-1194), sveva )1194-1266), angioina (1265-1435), aragonese (1442-1503) e spagnola (1503-1734).
Prima dell’insediamento normanno le condizioni del territorio di Roccarainola erano pessime a causa dell'incuria politica e civile.
In un primo tempo Roccarainola fu parte del feudo di Arienzo, sotto il duca Guglielmo Stendardo, che nel 1268 circa investì Martino I come suo subfeudatario.
Nel 1302 Martino II fu il primo feudatario di Roccarainola ormai indipendente da Arienzo.
Con l'avvento della monarchia sveva l'università di Roccarainola perde parte della sua autonomia; non è più possibile per i rocchesi votare propri magistrati, che invece vengono scelti dal re.
Federico II comunque diminuì il potere baronale. Una legge del sovrano svevo regolava severamente la vita del castellano: egli non poteva inserirsi negli affari dell’università, i servienti non potevano uscire dal castello senza il permesso del castellano, e non più di quattro alla volta.
Federico II punì severamente gli eccessi civili del castellano.
II sovrano svevo ordinò che i suoi giustizieri visitassero le province,
stabilì un’assemblea dei Comuni per sentire le lamentele del popolo, da tenersi ogni anno; vietò ai baroni di obbligare i sudditi a opere e prestazioni non dovute, e stabilì che i sudditi potessero rivolgersi al giudice imperiale per esporre i propri gravami. Un editto di Federico II del 1241 obbligava tutte le università, anche quella di Roccarainola a restaurare a proprie spese i castelli feudali del proprio territorio. Nel XII e XIII secolo si affermarono a Cicciano, un centro molto vicino a rocca, alcuni ordini cavallereschi, tra cui primeggiarono i Templari e gli Ospitalieri di S.Giovanni.
Lo scopo dei Templari era di vigilare le strade e dare assistenza e protezione dai pericoli del viaggio ai pellegrini, che da tutte le parti d’Europa si recavano ai luoghi santi. I Templari accumularono beni enormi provenienti da donazioni. Questi monaci guerrieri ebbero grandi benefici ed esenzioni: non pagavano le decime alla chiesa ed erano esentati dal pagamento delle imposte dovute al feudatario.
Fra il 1307 e il 1312 l’ordine fu annientato dal re francese Filippo il Bello. Molti beni dei Templari furono assorbiti dagli Ospitalieri di S.Giovanni.,
Le case fortificate dai Templari erano situate soprattutto lungo le strade di grande comunicazione, nei porti di imbarco per il Medio Oriente e presso zone malsane (a ovest di Cicciano, infatti, si estendevano le paludi).
Un altro ordine cavalleresco fiorente a Cicciano fu quello di S.Antonio Eremita o Abate, o anche detto dei Cavalieri del TAU. Questi frati-cavalieri si dedicavano alla cura del “fuoco di S.Antonio”, malattia molto grave e diffusa all’epoca, che spesso portava alla cancrena. I frati di S.Antonio Abate la curavano spalmando e massaggiando con grasso di maiale le parti malate.
Nel periodo svevo i baroni erano tenuti, in tempo di guerra, a prestare servizio militare personalmente o a mandare cavalieri in loro vece, provvedendo per alcuni mesi al loro sostentamento ed equipaggiamento; in caso di trasgressione di questo loro dovere erano privati del feudo. La monarchia angioina ebbe nei suoi 170 anni cura costante dei castelli del regno.
Nel castello vivevano custodi o portinai, cappellani e serventi, oltre naturalmente al castellano.
Carlo I d'Angiò, per premiare i suoi commilitoni, fu obbligato a dare loro in feudo alcune terre. E con alcune leggi promulgate nel 1283 ridusse a tre mesi il servizio militare a cui erano tenuti i baroni e li autorizzò ad assegnare in dote feudi e beni feudali. Tuttavia si oppose energicamente alla feudalità e privò del feudo molti baroni che avevano imposto illeciti gravami.
Carlo d'Angiò emanò una legge contro gli abusi e le violenze del feudatario; inoltre, promulgò leggi che stabilivano i doveri del castellano e introdusse il carcere nel castello.
Carlo d'Angiò fece impiccare tutti quelli che parteggiavano per i nemici. Esempio eccellente Riccardo Rebursa, signore Arienzo, che il sovrano francese fece impiccare perché filo svevo.
Roberto d’Angiò fortificò i castelli e decretò che tutti i sudditi dai 18 ai 55 anni dovessero andare in guerra.
Carlo II e Roberto restrinsero il potere baronale limitando le esazioni e l'istituzione di nuove difese. Ma la debolezza dei successori aumentò il potere baronale a discapito di quello regio.
Proprio nel periodo angioino, nel 1315, il feudo di Fellino si unisce a quello di Rocca sotto il barone Martino II. Lo stesso signore aveva un fratello abate, Landone, rettore della chiesa di S.Maria a Fellino, chiesa molto ricca di rendite. Questo a dimostrare come i feudatari estendessero il loro potere anche nel clero.
Con gli Aragonesi il potere baronale aumenta ancora di più. Alfonso I d’Aragona promulgò una legge, con cui permetteva ai baroni di permutare le pene corporali, stabilite dalla legge, in denaro e torturare il reo per tempo illimitato. I1 feudatario di Roccarainola, inoltre, poteva condannare alla mutilazione delle membra e perfino all’”ultimo supplizio”, alla confisca di tutti i beni; poteva erigere le forche, servirsi delle fruste; poteva giudicare tutti i delitti commessi dai cittadini, eccettuati i delitti di eresia, di falsa moneta e di lesa maestà. Così alla giustizia regia si sostituì quella baronale, peggiorando le condizioni già non buone degli abitanti del feudo. Nel 1443 fu imposta una nuova tassa, il focatico, che ogni famiglia doveva pagare in base al numero di persone che la componeva. Nonostante questo, sotto la dominazione aragonese Roccarainola ebbe un periodo di grande splendore, soprattutto quando, con l'investitura di Cola D'Alagno, inizia il potere della famiglia D’Alagno, prediletta da Alfonso I d'Aragona. Il sovrano spagnolo, infatti, innamorato della figlia di Cola D’Alagno, riempì di doni sia Lucrezia sia la famiglia intera. Sulla storia d'amore fra Lucrezia e il sovrano aragonese un anonimo scrittore scrisse un romanzo: "II romito di S.Donato", ambientandolo a Roccarainola. Alfonso I veniva spesso a Roccarainola, perché appassionato cacciatore; amava molto cacciare nell'agro nolano, soprattutto nel piano di Palma, famoso per “l’esercizio del falconare", perché ampio e ricco di cacciagione. Gli Aragonesi fecero risorgere e riattare i castelli del regno di Napoli. Tra il 1460 e il 1512, con i D'Alagno, il castello di Roccarainola subisce varie trasformazioni di uso, fino a diventare nel 1500 circa una residenza campestre di piacere.
Ferdinando I d’Aragona tentò con alcuni provvedimenti di opporsi all'eccessiva potenza baronale: restituì alle università la libertà di contrarre le proprie derrate e restituì ad esse i pascoli pubblici, che erano stati occupati dai baroni, ma esentò i baroni dal pagamento dell'Adoa, tassa in danaro annua che variava a seconda della rendita del feudo. L'Adoa sostituiva da tempo il servizio militare a cui erano tenuti i baroni.
All'atto di investitura il feudatario era tenuto al pagamento del relevio, come tassa di successione, e al pagamento del diritto di tappeto: il feudatario doveva pagare un'oncia al cerimoniere che stendeva il tappeto. Il feudatario non poteva imporre a suo arbitrio nuovi tributi e doveva esigerli nella proporzione stabilita dalla legge. In contrapposizione, l'università doveva pagare donativi anche per la nascita di un figlio o per le nozze della figlia del feudatario. Il barone di Roccarainola esigeva il presente, che consisteva nella prestazione annua di 24 capponi a S.Martino e altri 24 a Natale, 16 rotoli di soprassate a Pasqua e 200 oppure 300 uova nei mesi di settembre e ottobre, pretendeva, inoltre, il amio, che consisteva nel dono di 24 pollanche alla moglie del feudatario ad ogni parto.
A Tufino, un paesino vicino Rocca, i cittadini dovevano dare al barone un tributo annuo per il “quieto vivere”, diritto unico in tutto il regno di Napoli. In questo periodo si sviluppò la Fiera della fanciulla, che si svolgeva l’ultima domenica di luglio, poi il Lunedì in Albis, a cui accorevano numerose persone provenienti da ogni parte del Regno, attirate dalla fama della bellezza delle donne di Roccarainola. Il Martedì in Albis si svolgeva sempre nel territorio di Rocca, la Fiera degli animali.
La dinastia aragonese lasciò la feudalità radicata e la dinastia vilipesa.
Con l'avvento della dominazione spagnola decadde la potenza baronale. I baroni, profittando delle lotte fra Angioini e Aragonesi, avevano carpito ai re nuovi diritti. Gli elementi che avevano permesso l’ascesa del baronaggio ora non c’erano, e i vicerè spagnoli repressero ogni tentativo di rivolta.
I tribunali condannarono di frequente i fèudatari per violenze, estorsioni e prepotenze. Infine il governo spagnolo, vendendo i feudi al migliore offerente, finì per abbassare il prestigio della nobiltà. Questa politica antifeudale fu continuata e rinvigorita dai Borboni.
Carlo III di Borbone, consigliato dal Tanucci, abolì molte servitù personali e limitò i diritti baronali sulle terre. Ridusse il numero degli armigeri del barone, ne controllò i nomi per impedire che il feudatario scegliesse dei malviventi. Infine, nel 1791 il governo spagnolo abolì, su proposta del nolano Nicola Vivenzio, i pedaggi in tutto il regno.
Tra i vari feudatari alcuni furono illustri, come per esempio Ugo e Cola D’Alagno e Francesco Antonio David. A Cola D’Alagno un poeta, Benedetto Gareth, detto il Cariteo, dedicò un sonetto, in cui elogia il suo valore in guerra e l’abilità nella caccia; nella prima strofa nomina roccarainola:
Del desiderio l’ale io pure spando,
Per saper in qual guisa hor vivi, e dove:
Ne la tua Rocca? o sotto il freddo Giove
Dietro a le fére vai per selve errando?
Il territorio di Roccarainola era molto fertile e per questo apprezzato in tutto il regno. Un documento spagnolo del 1531 dice che Roccarainola ha terre fertili di grano, vino, frutta, olio, ha bei monti e bei palazzi:
“Tiene un castillo vieyo sin guardia, ay una casa o palacio bello con un jardin, es todo tierra fertil de granos, vino, frutas olio y tiene buenos montes y casas”.
Questa è la storia di Roccarainola feudale, storia ricca di vicende e di personaggi. Eppure, gli abitanti di Roccarainola, tranne pochi, hanno dimenticato il passato di un paese giudicato un tempo dolce e bello.