I Feudatari di Roccarainola

Roccarainola, come il resto dell’Italia Meridionale, fu caratterizzata da un feudalesimo più mite che altrove e fu dominata da varie stirpi e famiglie di feudatari. Dei feudatari che dominarono Roccarainola nel periodo della dominazione sveva e normanna, non si conoscono i nomi per la mancanza di documenti, che  sono andati distrutti.
Il primo feudatario di Roccarainola, di cui abbiamo testimonianza storica, fu MARTINO, che era suffeudatario di Guglielmo Stendardo, Duca di Arienzo.
Suo successore fu il figlio Goffredo, che partecipò con Carlo d'Angiò alla guerra contro l'imperatore di Costantinopoli nel 1275.
Poi ci fu Martino II, che fu investito direttamente dal Re (1302); con lui il feudo di Roccarainola ebbe la sua indipendenza e nel 1315 fu unito al feudo di Fellino, dove sorgeva un altro castello, detto "la Castelluccia".
Suo successore fu Nicola, che ebbe anche il feudo di Sant'Arcangelo di Aversa da Roberto d'Angiò dietro compenso di undici once d'oro per il "relevio", che era la tassa di successione che il feudatario pagava all'atto dell'investitura.
Dopo Nicola finì la dinastia dei MARTINO di Roccarainola e il feudo andò a Clemenza di Villacublai, nel 1341.
Suoi eredi furono i figli Filippo, Carlo e Nicola di S. Liceto, che vendettero il feudo a Giovannello Fuscaldo, Duca di Ailano. Questi combatté a fianco di Luigi d'Angiò contro Carlo III di Durazzo.
Sconfitto l'Angioino, il feudo di Roccarainola fu tolto a Fuscaldo e dato al nobile napoletano Giacomo Gaetano.
Suo successore fu Floramonte di Pietramala, che donò il feudo di Roccarainola, come  dote, alla nipote Francesca,  sposata ad Ugo d'Alagno.
Alla famiglia d'Alagno, oriunda d'Amalfi, appartennero personaggi illustri e potenti.
Ricordiamo Lucrezia, che con la sua bellezza fece innamorare il Re Alfonso d'Aragona.
Ugo d’Alagno fu uomo giusto e  saggio e si mostrò generoso verso i Rocchesi.
Gli successe il figlio Cola, che ebbe molta importanza nel Regno Aragonese e fu ambasciatore presso la Repubblica di Venezia nel 1489.
Erede di Cola fu Goffredo Galluccio, che vendette il feudo a Giovanni Tomacelli.
Tolto il feudo al Tomacelli, accusato di aver parteggiato per i francesi, fu concesso a Luigi Ram, ma in seguito il feudo fu restituito a Giovanni Tomacelli, dopo aver pagato 1500 ducati a Luigi Ram.
Al Tomacelli successe il figlio Scipione, a cui seguì il figlio Marcello, che fondò il monastero dei Minori Conventuali a Roccarainola.
Suo erede fu la figlia Porzia, che vendette il feudo di Roccarainola a Francesco Antonio David per 46.000 ducati.
Francesco Antonio David ricoprì nel Regno le più alte cariche, ebbe il titolo di Conte di Roccarainola da Filippo II nel 1592 e fu il più illustre dei nostri feudatari.
A Francesco Antonio David successe il figlio Giambattista, che sposò Daria    d'Avalos d'Aragona ed acquistò il titolo di Duca della Castelluccia.
A Giambattista successe il figlio Francesco Antonio nel 1612, che morì povero e sommerso dai debiti. Francesco Antonio fu l’ultimo esponente della famiglia David.
Nel 1665 il feudo fu venduto dal fisco a Francesco Mastrilli per 49.689 ducati.
I Mastrilli erano venuti nel Regno di Napoli con Carlo d'Angiò ed erano originaridella Provenza (Castello di Mastrello).
I Mastrilli si divisero in molti rami: di Schiava, di Marigliano, di Gallo, di Santomarzano e, in seguito, di Nola.
Tra essi si annoverano diplomatici, prelati, guerrieri, letterati: Padre Marcello, gesuita, fu martire in Giappone; un altro Marcello fu Generale dell'Esercito di Carlo VI e di Maria Teresa; Marzio fu Ambasciatore a Vienna e a Parigi e poi Ministro degli Esteri di Ferdinando IV; ancora un Marcello, Conte di Roccarainola e Duca di Marigliano, fu letterato e poeta iscritto a molte accademie.
Gli successe nel 1706 la figlia Isabella, che si dovette sposare a dodici anni con un suo parente di trentanove anni,  per evitare che il patrimonio della famiglia venisse diviso.
Isabella fu una donna di grande intelligenza e culttjra, fu mecenate e amica di letterati e artisti.
A soli venti anni scrisse la commedia “II prodigio della bellezza” e in seguito compose tragedie e sonetti.
Isabella nominò suo erede il figlio Mario, che ampliò il palazzo di Fellino.
Figlio di Mario, ed ultimo feudatario della casa Mastrilli di Roccarainola e Marigliano, fu Giovanni, che ebbe dodici figli. Ebbe, insieme ad alcuni suoi parenti, molta importanza nella politica del Regno.
Nel 1799 fu preso come ostaggio dai repubblicani e rinchiuso in castel S. Elmo.
Occupato il Regno di Napoli dai Francesi, Giuseppe Bonaparte, con legge del 2 agosto 1806, abolì la feudalità.
Giovanni Mastrilli perdeva la funzione e i poteri di feudatario, ma conservava i beni e i titoli di Duca di Marigliano, Marchese di Gallo, Conte di Roccarainola.

Lucrezia: una donna potente - Isabella: una donna sapiente

La castellana, nel mondo feudale, era molto importante non solo come moglie e come madre, ma anche perchè, in  assenza del marito, prendeva il  suo posto; quindi  aveva grandi  responsabilità  domestiche, politiche e sociali. A causa delle guerre continue,   della difficoltà e della lentezza delle comunicazioni, il feudatario era spesso lontano per lunghi periodi. Poteva capitare che la castellana rimanesse vedova. La signora, quindi, doveva  rappresentare il marito assente o defunto, far rispettare i suoi diritti, amministrare le proprietà, occuparsi  delle finanze, badare alla servitù, cu­rare le relazioni sociali, esigere i tributi e i donativi dovuti  de­gli abitanti del feudo.
La moglie del feudatario di Roccarainola,  per esempio, riceveva ad ogni  parto  il " maio" dalla popolazione, che era un dono di 24  pol­lanche. In seguito questa prestazione in natura fu commutata in de­naro e le furono pagati 40 ducati  per il maio.
Oltre ad alcuni grandi feudatari, Rocca vanta anche due donne im­portanti: Lucrezia d'Alagno ed Isabella Mastrilli.
Lucrezia  era figlia di Cola d' Alagno, signore di Roccarainola, re­sidente a Torre Ottava, ossia Torre della Nunziata.
Secondo un anonimo romanziere dell'Ottocento,  il primo incontro tra Lucrezia e Alfonso il Magnanimo avvenne proprio nel castello   di Roccarainola, dove il re rimase molto colpito dalla bellezza, dall' intelligenza, dal modo di parlare, ma soprattutto dalla grazia della diciottenne giovinetta, di cui s'invaghì perdutamente.
Poeti italiani e spagnoli scrissero versi in suo onore e nell'ar­co di trionfo del Maschio Angioino è rappresentata Lucrezia nella personificazione di Partenope.
Nonostante l'amore e le lusinghe del re, Lucrezia rimase sempre pu­ra e fu rispettata da ambasciatori, principi e sovrani. Il suo sogno,   però, era di diveltare regina di Napoli e d'Aragona, soppiantando la regina Maria di Castiglia, moglie del re. Lucrezia fece un viaggio  a Roma e dopo un colloquio con  il Papa, che si rifiutò di concedere il divorzio, tornò nella capitale e continuò ad  amare il re con la segreta speranza che la regina morisse. Purtroppo, però, morì il re e la donna tornò a Torre Ottava; due me­si  dopo morì  la regina.
Lucrezia non riusciva a rassegnarsi, alla nuova condizione e, quando scoppiò una rivolta dei baroni, si ribellò al nuovo re, Ferrante. Morto il principe di Taranto, suo protettore, Lucrezia fuggì in Dalmazia, poi tornò in Italia, a Ravenna, dove tentò di fare la pace con Ferrante, ma rifiutò le umilianti condizioni del re e con la nipote si trasferì a Roma. Nel febbraio del 1479 si spense la straordinaria e forte donna e venne sepolta in S. Maria sopra Minerva. Nel 1829 un anonimo autore, a cui ho già accennato, scrisse un ro­manzo  storico intitolato " II Romito  di S.Donato  ", ambientandolo nel Castello di Roccarainola.
Narra che Cola si ammalò e chiamò Guido da Tufino, indovino e medico, per farsi curare. Per voto eresse alle falde del Monte Fellino un ere­mo, dedicandolo a S.Donato; un cunicolo sotterraneo lo metteva in co­municazione con il castello. A Nola, a quei  tempi, viveva  Ambrogio Leone; a lui Pontano, suo amico, affidò un ragazzo di  nome Germondo, che aveva al collo una preziosa collana d'oro. Germondo era figlio di Alfonsina, nata dall'amore tra Lucrezia e il re Alfonso il Magnanimo; era stato l' unico, insieme  alla nonna, a salvarsi dalla peste che aveva ucciso i  suoi genitori. Lucrezia era tornata a Roccarainola travestita da eremita con  il nome di Ugone, e si era rifugiata nell' eremo di S.Dona­to. Germondo, fattosi adolescente, si innamorò di Beatrice, ragazza ap­partenente ad una famiglia patrizia nolana, a cui regalò la preziosa collana che aveva al collo. Quando erano prossimi al matrimonio,   Beatri­ce fu rapita da Flagello, crudele signore di Roccarainola, che terro­rizzava la gente del contado, e fu rinchiusa nel castello. Per caso uno sgherro di Flagello rivelò ad Ugone la verità. L'eremita informò il re, che fece incarcerare il violento feudatario in Castel Nuovo, dove Fla­gello si avvelenò prima di  essere giustiziato. Così Ugone, attraverso il cunicolo sotterraneo, liberò Beatrice,   finalmente libera di poter sposare Germondo. Allora Lucrezia si tolse la finta barba e si mostrò nelle sue vere sembianze.

Isabella Mastrilli fu una donna bella, coltissima, scrittrice e poe­tessa.
Erede del  padre Marcello, Isabella fu data in sposa a dodici anni a1 parente trentanovenne Giovanni Mastrilli Vandenejnden per non  divi­dere il patrimonio di famiglia.
La  dama, come ho già detto, era una scrittrice. Compose la commedia " II prodigio della bellezza " a soli venti  anni, nel casino di Ponticchio, vicino Tufino. Fu iscritta a diverse accademie ed ella stessa ne fondò una. Divenne mecenate e amica di molti letterati e per la sua generosità diminuì il suo patrimonio. I documenti  dicono che fu una delle tre più illustri dame napoletane del suo tempo. Fu   apprez­zata dalle più riverite Accademie d'Italia come  " il più bello e deco­roso loro ornamento". In una dedica viene lodata per la  sua bellezza, per i suoi costumi illibati e per le sue rime leggiadrissime. Ci sem­bra di vederla " soletta nelle sue camere", dedita solo   alla famiglia e alle occupazioni letterarie.
Due sonetti mostrano una Isabella molto malinconica, solitaria, una donna che ha sofferto internamente e che chiama la morte per fuggire dalle sofferenze della vita. In  alcuni versi scrive:

Calde lagrime mie, voi, che sovente
La più remota e solitaria parte
Del mio albergo irrigate a parte a parte
Unico sfogo di mia doglia ardente...

In  altri versi, dove Isabella esprime sempre angoscia e solitudine, descrive un paesaggio simile a quello di Roccarainola, che ricorda il luogo dove sorge il castello:

Scoscese rupi, orrido speco, e nero,
Funesti alti cipressi, atre caverne;
L'occhio doglioso in voi più non discerne
Quel tetro taciturno orror primiero.

Rimase vedova nel 1728, a 45 anni.
Dal suo matrimonio nacquero sei figli maschi e quattro femmine, di cui il primo, Marzio, anche lui poeta, morì subito dopo il padre   e Marcello visse fuori dal Regno, perché era contro i Borboni. L'eredità del feudo fu data al figlio Mario, però Isabella tenne per sé   la casa di Marigliano, i casini di Fellino e di Ponticchio vicino Tufino e le case di  Napoli.
Nel 1761 Isabella, che aveva fino agli ultimi anni conservato l'amore per la poesia, mori' a il Marigliano e fu sepolta nella chiesa del Purga­torio ad Arco a Napoli.
Queste sono le storie di due donne eccezionali, che meritano di esse­re ricordate da tutti i Rocchesi.